Barocci nelle Vite di Baglione
Date Issued
1642
Coverage Temporal
XVII sec.
Author(s)
Content
1642
Commento
Nelle Vite di Giovanni Baglione pubblicate a Roma nel 1642 è inclusa una biografia del pittore, incentrata sulla produzione romana, e compresa in ragione della data di morte di Federico nella Quarta Giornata, intitolata all’età di Paolo V (1605-1621). Numerosissime sono inoltre nel testo le occorrenze del nome del maestro urbinate, prima e dopo la sua Vita.
Come «Baroccio divino» lo esaltava Giovan Pietro Bellori nella Canzone giovanile collocata in apertura del volume (Baglione [1642] 2023, I, p. 12). Nella Terza Giornata, intitolata a Clemente VIII, è ricordato come autore della cappella Aldobrandini in Santa Maria sopra Minerva (ivi, p. 168). Nella Quarta, quale «eccellente pittore» maestro di Antonio Viviani (ivi, pp. 295, 297), e modello cui guardarono Francesco Vanni (ivi, p. 317), e ancora Andrea Lilio (ivi, p. 412). Numerose anche le segnalazioni di stampe tratte da sue opere (Cort, p. 310; Hendrick Goltzius, p. 816; Raffaello Guidi, p. 826; Francesco Villamena, p. 829; Philippe Thomassin, p. 844), e Barocci stesso è lodato come grande acquafortista (p. 852).
La biografia di Baglione dipende largamente dalla conoscenza di quella scritta da Gaspare Celio (vedi circa 1614-1640 e 1638), ma presenta alcuni elementi autonomi di notevole interesse.
Da Celio dipendono le indicazioni sulla genealogia familiare, mentre è indipendente la notizia fornita qui per la prima volta di un discepolato del pittore presso Battista Franco (vedi 1544-1546/1548).
Segue un riepilogo delle opere romane: gli affreschi nelle due sale del Casino di Pio IV e il Mosè in Belvedere, con l’avvento della malattia, come già in Borghini (1584) e in Celio (circa 1614-1640), da cui deriva pure il giudizio sull’imitazione di Correggio, innescato da Lomazzo (1584). Dopo un cenno generico sul ritiro a Urbino, sul grande successo internazionale riscosso dall’artista, e sulla sua maestria nel campo dell’acquaforte, è menzionata la Visitazione della Chiesa Nuova (citata da Gallonio 16001, da Celio circa 1614-1640 e 1638 e da Totti 1638), con il richiamo all’episodio dell’ estasi di Filippo Neri davanti alla pala, ripreso da Bacci 1636. Baglione asserisce che la pala giunse a Roma sotto il pontificato di Gregorio XIII, ma essa arrivò in realtà nel 1586, quando papa Boncompagni era ormai scomparso. Sono poi registrate la Presentazione della Vergine al Tempio giunta nel 1603 nella Chiesa Nuova, e la pala Aldobrandini in Santa Maria sopra Minerva, compiuta nel 1609 e presentata nel 1611 (vedi 1611, 9 e 12 marzo).
Autonoma dalla precedente tradizione delle fonti appare la notizia secondo cui Barocci nei suoi ultimi anni prevedeva espressamente con i committenti che le opere da lui avviate potessero restare incompiute a causa dell’occorrere della sua morte.
Baglione riferisce poi che nelle collezioni romane si trovavano opere del maestro urbinate, richiamando esplicitamente il caso della raccolta Borghese, dove dal 1613 si conservava la seconda versione della Fuga di Enea di Troia eseguita per monsignor Giuliano della Rovere, datata 1598; è possibile che il biografo avesse in mente anche la Santa Caterina registrata in collezione Borghese come opera di Barocci (vedi 1650). Il San Girolamo vi è invece documentato solo a partire dal 1693 (Della Pergola 1955-1959, II, pp. 69-70, n. 100).
Ancora da Celio (circa 1614-1640) discendono i cenni sulla speciale stima accordata al pittore dal duca di Urbino e da altri grandi della terra, e l’indicazione della morte all’età di 84 anni.
A testimoniare il prestigio sociale del pittore, Baglione rievoca le sue solenni esequie e la «publica orazione» con cui il defunto fu onorato – un riferimento all’orazione di Venturelli (vedi 1612, post 1 ottobre) di cui tuttavia il biografo sembra ignorare il testo, come si evince dall’indicazione erronea della data di nascita che avrebbe altrimenti corretto.
Per il ritratto di Barocci nell’Accademia di San Luca citato da Baglione vedi 1633, 19 febbraio.
La biografia termina sottolineando la fortuna delle sue invenzioni nel mondo degli incisori e l’intensa capacità della sua pittura di ridurre «i cuori a divozione». [Barbara Agosti, Anna Maria Ambrosini Massari]
Trascrizione
«Chi volesse in breve accennare le lodi di Federico Barocci, basterebbe dire ch’egli fu di quella città che al mondo ha prodotti i Raffaelli; ma perché so che Vostra Signoria ama d’intender le vite, e di riconoscer l’opere de’ passati artefici, a lei dirò che il nostro Federico nacque nella città d’Urbino atta a generare maraviglie, e stupori nella maestria della pittura, et i suoi genitori furono onorati, e gli essempi loro erano ammaestramenti a’ figliuoli.
Il padre Ambruogio nominossi, e nelle leggi fu dottore. Uno de’ suoi figliuoli diedesi con l’industria a fabricare oriuoli; l’altro a lavorare ingegni di matematica, e Federico nel disegno, e nel colorito sotto la scuola di Battista Veneziano riuscì valente.
E nella sua gioventù in Roma dipinse a fresco in una stanza sopra la volta, nel boschetto di Belvedere, Nostra Donna con quattro santi; e ne’ partimenti della stanza altre figure. Nella volta d’un’altra camera la Vergine dall’angelo annunziata, et in una sala di Belvedere cominciò la storia quando Iddio apparve a Moisè; ma non poté seguirla, perché egli s’ammalò, e ritornatosene ad Urbino, quattro anni vi stette infermo non senza sospetto di qualche malia, che per malignità, o per emulazione gli fusse stata fatta. Non poteva egli punto ritenere il cibo, e quando voleva operare qualche lavoro, vi durava fatica grandissima. Nondimeno Federico Barocci fu de’ primi del suo tempo, et ebbe maniera vaga, e credo volesse particolarmente imitare quella di Antonio da Correggio, se bene un poco più tinta.
Non volle egli più uscire dalla patria per le sue continue indisposizioni. Operò bellissime cose per tutte le parti del mondo; e gran credito, e molta fama acquistonne; e spezialmente nelle esquisite carte ch’egli intagliò in acquaforte, nel cui genio mostrò eccellenza sopra gli altri.
Mandò a Roma nella Chiesa Nuova sotto il papato di Gregorio XIII il quadro a olio della Visitazione di Santa Lisabetta, con Maria, e San [p. 134] Gioseppe, e quando si vide maniera sì bella sfumata, dolce, e vaga, diede sì gran gusto a tutti li professori, che restarono ammirati,e ciò successe nel tempo di San Filippo Neri, il quale dell’imagine di quel quadro era tanto divoto per la devozione che anch’esso in sé contiene, che quasi del continovo egli stava in quella cappella a far le sue orazioni.
Nel tempo di Clemente VIII mandò egli parimente un altro quadro per la Chiesa Nuova, dentrovi la Presentazione della Madonna al Tempio, e molte figure, con quella sua maniera condotta; e sta nella cappella de’ signori Cesi, presso quella che ora è dedicata a San Filippo Neri.
Nella chiesa qui della Minerva dentro la cappella, da’ comandi del pontefice Clemente VIII edificata ad onore de’ suoi antenati, di suo ordine fece il Baroccio per l’altare il quadro della Cena di Nostro Signore, quand’egli di sua mano communica gli apostoli, et è tinta più scura dell’altre sue opere; ma per il cattivo lume poco comoda ad esser vagheggiata, e goduta. Questa fu l’ultima fatica ch’egli mandasse a Roma.
Il medesimo parimente fece molti lavori per altri luoghi publici. E negli ultimi anni soleva fare un patto, mentre imprendeva le opere, che l’istesso voleva, o sopravivendo le compisse, o morendo le lasciasse imperfette.
Colorì altresì col suo pennello per alcuni signori particolari cose esquisite, e qui in Roma alcune di lui mirabili se ne veggono nel palazzo degli eccellentissimi Borghesi, e di altri.
Federico fu uomo assai onorato, e molto ben visto et accarezzato dal suo principe duca d’Urbino; come egualmente da altri principi molto stimato, et amato.
Visse con buona comodità, e le opere gli furono pagate con onorati prezzi. Tenne il decoro della sua virtù; et in Urbino morì nell’età di anni 84. Ebbe egli solenni essequie, et il suo funerale fu con publica orazione celebrato. E ben se la virtù merita gran fama, non ha dubbio che Federico Baroccio da Urbino, come era grandemente virtuoso, così fu meritevole di molto onore.
Nella nostra Accademia romana di San Luca conserviamo il suo ritratto.
Molte delle sue cose, come singolari, sono state da valent’uomini col bolino rapportate in rame. E di vero egli nelle sue virtuose fatiche era vago, e divoto; e come nell’una parte gli occhi dilettava, così con l’altra componeva gli animi; et i cuori a divozione riduceva».
Commento
Nelle Vite di Giovanni Baglione pubblicate a Roma nel 1642 è inclusa una biografia del pittore, incentrata sulla produzione romana, e compresa in ragione della data di morte di Federico nella Quarta Giornata, intitolata all’età di Paolo V (1605-1621). Numerosissime sono inoltre nel testo le occorrenze del nome del maestro urbinate, prima e dopo la sua Vita.
Come «Baroccio divino» lo esaltava Giovan Pietro Bellori nella Canzone giovanile collocata in apertura del volume (Baglione [1642] 2023, I, p. 12). Nella Terza Giornata, intitolata a Clemente VIII, è ricordato come autore della cappella Aldobrandini in Santa Maria sopra Minerva (ivi, p. 168). Nella Quarta, quale «eccellente pittore» maestro di Antonio Viviani (ivi, pp. 295, 297), e modello cui guardarono Francesco Vanni (ivi, p. 317), e ancora Andrea Lilio (ivi, p. 412). Numerose anche le segnalazioni di stampe tratte da sue opere (Cort, p. 310; Hendrick Goltzius, p. 816; Raffaello Guidi, p. 826; Francesco Villamena, p. 829; Philippe Thomassin, p. 844), e Barocci stesso è lodato come grande acquafortista (p. 852).
La biografia di Baglione dipende largamente dalla conoscenza di quella scritta da Gaspare Celio (vedi circa 1614-1640 e 1638), ma presenta alcuni elementi autonomi di notevole interesse.
Da Celio dipendono le indicazioni sulla genealogia familiare, mentre è indipendente la notizia fornita qui per la prima volta di un discepolato del pittore presso Battista Franco (vedi 1544-1546/1548).
Segue un riepilogo delle opere romane: gli affreschi nelle due sale del Casino di Pio IV e il Mosè in Belvedere, con l’avvento della malattia, come già in Borghini (1584) e in Celio (circa 1614-1640), da cui deriva pure il giudizio sull’imitazione di Correggio, innescato da Lomazzo (1584). Dopo un cenno generico sul ritiro a Urbino, sul grande successo internazionale riscosso dall’artista, e sulla sua maestria nel campo dell’acquaforte, è menzionata la Visitazione della Chiesa Nuova (citata da Gallonio 16001, da Celio circa 1614-1640 e 1638 e da Totti 1638), con il richiamo all’episodio dell’ estasi di Filippo Neri davanti alla pala, ripreso da Bacci 1636. Baglione asserisce che la pala giunse a Roma sotto il pontificato di Gregorio XIII, ma essa arrivò in realtà nel 1586, quando papa Boncompagni era ormai scomparso. Sono poi registrate la Presentazione della Vergine al Tempio giunta nel 1603 nella Chiesa Nuova, e la pala Aldobrandini in Santa Maria sopra Minerva, compiuta nel 1609 e presentata nel 1611 (vedi 1611, 9 e 12 marzo).
Autonoma dalla precedente tradizione delle fonti appare la notizia secondo cui Barocci nei suoi ultimi anni prevedeva espressamente con i committenti che le opere da lui avviate potessero restare incompiute a causa dell’occorrere della sua morte.
Baglione riferisce poi che nelle collezioni romane si trovavano opere del maestro urbinate, richiamando esplicitamente il caso della raccolta Borghese, dove dal 1613 si conservava la seconda versione della Fuga di Enea di Troia eseguita per monsignor Giuliano della Rovere, datata 1598; è possibile che il biografo avesse in mente anche la Santa Caterina registrata in collezione Borghese come opera di Barocci (vedi 1650). Il San Girolamo vi è invece documentato solo a partire dal 1693 (Della Pergola 1955-1959, II, pp. 69-70, n. 100).
Ancora da Celio (circa 1614-1640) discendono i cenni sulla speciale stima accordata al pittore dal duca di Urbino e da altri grandi della terra, e l’indicazione della morte all’età di 84 anni.
A testimoniare il prestigio sociale del pittore, Baglione rievoca le sue solenni esequie e la «publica orazione» con cui il defunto fu onorato – un riferimento all’orazione di Venturelli (vedi 1612, post 1 ottobre) di cui tuttavia il biografo sembra ignorare il testo, come si evince dall’indicazione erronea della data di nascita che avrebbe altrimenti corretto.
Per il ritratto di Barocci nell’Accademia di San Luca citato da Baglione vedi 1633, 19 febbraio.
La biografia termina sottolineando la fortuna delle sue invenzioni nel mondo degli incisori e l’intensa capacità della sua pittura di ridurre «i cuori a divozione». [Barbara Agosti, Anna Maria Ambrosini Massari]
Trascrizione
«Chi volesse in breve accennare le lodi di Federico Barocci, basterebbe dire ch’egli fu di quella città che al mondo ha prodotti i Raffaelli; ma perché so che Vostra Signoria ama d’intender le vite, e di riconoscer l’opere de’ passati artefici, a lei dirò che il nostro Federico nacque nella città d’Urbino atta a generare maraviglie, e stupori nella maestria della pittura, et i suoi genitori furono onorati, e gli essempi loro erano ammaestramenti a’ figliuoli.
Il padre Ambruogio nominossi, e nelle leggi fu dottore. Uno de’ suoi figliuoli diedesi con l’industria a fabricare oriuoli; l’altro a lavorare ingegni di matematica, e Federico nel disegno, e nel colorito sotto la scuola di Battista Veneziano riuscì valente.
E nella sua gioventù in Roma dipinse a fresco in una stanza sopra la volta, nel boschetto di Belvedere, Nostra Donna con quattro santi; e ne’ partimenti della stanza altre figure. Nella volta d’un’altra camera la Vergine dall’angelo annunziata, et in una sala di Belvedere cominciò la storia quando Iddio apparve a Moisè; ma non poté seguirla, perché egli s’ammalò, e ritornatosene ad Urbino, quattro anni vi stette infermo non senza sospetto di qualche malia, che per malignità, o per emulazione gli fusse stata fatta. Non poteva egli punto ritenere il cibo, e quando voleva operare qualche lavoro, vi durava fatica grandissima. Nondimeno Federico Barocci fu de’ primi del suo tempo, et ebbe maniera vaga, e credo volesse particolarmente imitare quella di Antonio da Correggio, se bene un poco più tinta.
Non volle egli più uscire dalla patria per le sue continue indisposizioni. Operò bellissime cose per tutte le parti del mondo; e gran credito, e molta fama acquistonne; e spezialmente nelle esquisite carte ch’egli intagliò in acquaforte, nel cui genio mostrò eccellenza sopra gli altri.
Mandò a Roma nella Chiesa Nuova sotto il papato di Gregorio XIII il quadro a olio della Visitazione di Santa Lisabetta, con Maria, e San [p. 134] Gioseppe, e quando si vide maniera sì bella sfumata, dolce, e vaga, diede sì gran gusto a tutti li professori, che restarono ammirati,e ciò successe nel tempo di San Filippo Neri, il quale dell’imagine di quel quadro era tanto divoto per la devozione che anch’esso in sé contiene, che quasi del continovo egli stava in quella cappella a far le sue orazioni.
Nel tempo di Clemente VIII mandò egli parimente un altro quadro per la Chiesa Nuova, dentrovi la Presentazione della Madonna al Tempio, e molte figure, con quella sua maniera condotta; e sta nella cappella de’ signori Cesi, presso quella che ora è dedicata a San Filippo Neri.
Nella chiesa qui della Minerva dentro la cappella, da’ comandi del pontefice Clemente VIII edificata ad onore de’ suoi antenati, di suo ordine fece il Baroccio per l’altare il quadro della Cena di Nostro Signore, quand’egli di sua mano communica gli apostoli, et è tinta più scura dell’altre sue opere; ma per il cattivo lume poco comoda ad esser vagheggiata, e goduta. Questa fu l’ultima fatica ch’egli mandasse a Roma.
Il medesimo parimente fece molti lavori per altri luoghi publici. E negli ultimi anni soleva fare un patto, mentre imprendeva le opere, che l’istesso voleva, o sopravivendo le compisse, o morendo le lasciasse imperfette.
Colorì altresì col suo pennello per alcuni signori particolari cose esquisite, e qui in Roma alcune di lui mirabili se ne veggono nel palazzo degli eccellentissimi Borghesi, e di altri.
Federico fu uomo assai onorato, e molto ben visto et accarezzato dal suo principe duca d’Urbino; come egualmente da altri principi molto stimato, et amato.
Visse con buona comodità, e le opere gli furono pagate con onorati prezzi. Tenne il decoro della sua virtù; et in Urbino morì nell’età di anni 84. Ebbe egli solenni essequie, et il suo funerale fu con publica orazione celebrato. E ben se la virtù merita gran fama, non ha dubbio che Federico Baroccio da Urbino, come era grandemente virtuoso, così fu meritevole di molto onore.
Nella nostra Accademia romana di San Luca conserviamo il suo ritratto.
Molte delle sue cose, come singolari, sono state da valent’uomini col bolino rapportate in rame. E di vero egli nelle sue virtuose fatiche era vago, e divoto; e come nell’una parte gli occhi dilettava, così con l’altra componeva gli animi; et i cuori a divozione riduceva».
Archivist's Notes
Bibl. P. Della Pergola, Galleria Borghese. I dipinti, 2 voll., Roma 1955-1959; G. Baglione, Le vite de' pittori, scultori et architetti [Roma 1672], a cura di B. Agosti e P. Tosini, 2 voll., Roma 2023.
Physical Type
Foglio
Preservation
Buono
Language
Italiano
Project
Keywords
Giovanni Baglione
Ambrogio Barocci
Raffaello Sanzio
Battista Franco
Correggio
Gregorio XIII
San Filippo Neri
Clemente VIII
Francesco Maria II
Project

